Castiglione d’Ossola prima del novecento
Ho consultato online una serie di atti di nascita, conservati presso l’archivio di Stato di Verbania, relativi al trentennio postunitario (1866-1895) riguardanti il comune di Castiglione Ossola.
In quegli anni (1858) Castiglione contava 676 “residenti di fatto” su una residenza legale di 881 unità. Dopo Calasca e Bannio era il comune più popoloso dei nove che componevano la valle Anzasca.
Il territorio si sviluppava dai 500 m di Castiglione fino ai 940 di Drocala.
Totalmente terrazzato con una rete di mulattiere che permette, ancora oggi, di raggiungere le venti frazioni in cui, nel periodo considerato, erano nati quattrocento bambini. Il 29 luglio del 1872 “alle dieci antimeridiane” nasceva a Drocala Conti Maria Carolina di Giovanni di quarantotto anni e Orsola Balagna di quaranta “nella casa di loro abitazione propria”come scriveva il sindaco e ufficiale di stato civile Jetta Pietro e confermavano i testimoni “Fornetti Giovacchino tessitore e Paula Pietro calzolaio”ai quali, nella casa comunale di Castiglione (450 m più in basso) compariva il padre con la neonata a “fare le dichiarazioni relative alla nascita”.
Mediamente in quel periodo nascevano tredici bambini ogni anno. I più prolifici, tra i trenta considerati, sono stati gli anni 1866, 1868 e 1870 con ventiquattro nascite ciascuno. Attualmente i parti nell’intero territorio comunale (Castiglione è unito a Calasca dal 1928) si limitano a poche unità.
Tra le nascite del 1870 sono elencati anche nove nati morti, ma nell’arco dei trent’anni esaminati il dato aumenta a cinquantatré. Quasi il 13,5 per cento del totale.
Di fronte al dichiarante che gli presentava il piccolo cadavere, l’ufficiale di stato civile usava la formula “io lo riconosco essere senza vita”.
I padri di questi piccoli erano di solito lontani dal paese perché emigrati per lavoro e, in loro vece, ”a motivo che trovasi assente” la famiglia sceglieva un dichiarante che assistesse al parto. Spesso era una donna avanti con gli anni con qualche rudimento di ostetricia ma illetterata che firmava l’atto con una croce. Le donne di allora non avevano diritto di voto ed erano escluse dall’asse ereditario.
Alcune di loro, nubili, mettevano al mondo figli che non si sentivano di crescere o non ne avevano la possibilità dopo che il padre se l’era svignata; per questo non si presentavano all’ufficiale di stato civile che annotava ”non acconsente di essere nominata” consegnando il piccolo al brefotrofio di Novara. Il sindaco assegnava d’ufficio il nome e il cognome del piccolo NN (non nominato).
Dai registri si ricavano anche i mestieri dei padri, delle madri e dei testimoni. Ricorre spesso per i maschi la professione di “lattaio” diventata “lattoniere” nelle registrazioni più recenti. Le donne erano registrate come contadine o braccianti e solo verso la fine del secolo compare la mansione di casalinga.
Alcuni facevano i “giornalieri” ossia i lavoratori a giornata, altri il resighino, pochi i minatori. Qualcuno era possidente o benestante, molti altri erano braccianti e muratori. Il due febbraio 1868 a Porcareccia nasceva un maschio senza vita e senza nome, il padre era un ufficiale dell’esercito.
Non sempre infatti i piccoli nati morti venivano nobilitati dal nome di battesimo, i famigliari potevano però richiederlo e farlo aggiungere sul registro. Molti di questi bambini morivano dopo pochi mesi o pochi anni, ma alcuni di loro diventarono ottuagenari come Giuseppa De Fabiani (80anni), Rosa Ferraroli (92), Maria Teresa Titoli (89) e Silvetti Maria Serafina nata a Jelmala il due agosto 1882 e morta a Sassari nel 1970. I maschi non erano da meno; Cassani Antonio nato nel 1887 a Ronchi era talmente arzillo da sposarsi nel 1964 a settantasette anni con Emma Zani.
Le due foto che corredano questo documento rappresentano un momento di allegria al suono della chitarra di Gabriele Silvetti (1890-1956) l’ultimo a gestire il mulino di Villasco sul torrente Urià.
Con il mandolino appare Luigi Bronzini (1899) e con la fisarmonica il sig. Ghivarelli di Pieve Vergonte. L’altra immagine ritrae la famiglia di Giovanni Paita reduce, con il conterraneo Gottardo Silvetti (entrambi del 1833), da Solferino, dove avevano combattuto come sergenti di fanteria.
E qui mi fermo perché questi signori potrebbero essere i protagonisti di un’altra storia.