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La grande avventura della Marcialonga

Le cinque partecipazioni alla “Vasaloppet d’Italia”

La Marcialonga si svolge su una distanza di settanta chilometri, che corrispondono al cammino da Domodossola a Borgomanero, seguendo il Lago Maggiore sino ad Arona. La volta che sono andato più veloce ho impiegato quasi sei ore e mezza. Ne ho fatte cinque.

La mia prima Marcialonga è quella volta che, alla partenza il termometro segna -6° C e, dopo una mezz’ora di gara, si alza il föhn che lo fa salire a +6° C. Il vento strappa dagli alberi le ultime foglie, oltre a pigne e rametti che cadono sulla pista e sono triturati dagli sci; la temperatura ha ridotto la neve ad un pacciume, un misto di graniglia di neve e foglie pestate, sminuzzate, grattugiate. Tutti avanziamo in una fanghiglia marrone nella quale nessuna sciolina serve più, vai avanti a fatica e devi spingere, spingere persino nei tratti in discesa. Ero ben allenato quella volta, ma ci sono voluti due giorni per smaltire la sbornia di stanchezza.

La seconda Marcialonga è quel tale che, in una salita, mi pesta un bastoncino, me lo strappa dalle mani e prosegue senza una parola di scusa, ma è anche quel giovanotto che raccoglie il mio bastoncino e me lo porge sorridendo. È pure quel ragazzo di Varese, quello con il cappello da mondariso, che è più veloce di me, ma regola la sua velocità sulla mia e mi fa compagnia nel lungo e noioso tratto tra Predazzo e Bosin. È anche quel tale che mi ha visto sbandare e cadere su una lastra di ghiaccio ed allora si ferma e s’informa: “Are you OK?” E riparte solo dopo la mia risposta affermativa.

La terza Marcialonga è quella volta che sono affiancato da una graziosa ragazza dalle trecce bionde che procede sul binario al mio fianco e resta appaiata per un lungo tratto pianeggiante. non posso proseguire nei miei ragionamenti perché devo saltar fuori dal binario: un sobbalzo l’ha fatta cadere.

La quarta Marcialonga è quel gigante norvegese, almeno a giudicare dall’abbigliamento, quello che spintona tutti per superare un gruppo che si è formato nella strettoia di Via de Ischia e riesce a guadagnare una decina di posti; è proprio quel tale che, poco dopo, vedi che s’inciampa in un suo bastoncino ed esce di pista, cade giù dalla scarpata e ruzzola nella neve, tra le risate e gli sfottò di tutti quelli che hanno subito le sue prepotenze.

La quinta Marcialonga è l’attenzione prestata ai tanti gesti di cortesia che mi hanno fatto capire che la Marcialonga è una gigantesca festa di genti, è la fatica di oltre duemila volontari che s’impegnano diversi giorni per preparare e poi ancora diversi giorni per riordinare. È questo che mi ha fatto capire che ogni edizione è una festa di tutta la valle, una festa nella quale sia il primo, sia l’ultimo concorrente transitano tra due ali di folla che applaude tutti, che incoraggia tutti. Ma la mia quinta Marcialonga è stato anche l’accorgermi che il tempo passa: quella ragazzetta che cinque anni fa mi ha offerto il te è ancora li con il suo vassoio, ma adesso si è trasformata in una bella figliola che mi sorride. La Marcialonga è questo e tante altre cose ancora, tante cose che ricordo e, sicuramente, molte altre che ho dimenticato.

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