Il “vestito buono” del 2 giugno 1946
Mia mamma mi raccontava, allora giovane studente di studi storici, che sua mamma aveva messo il “vestito buono” per andare a votare il 2 giugno 1946. Non so cosa abbia votato, profondamente devota e cattolica e ubbidiente al parroco (il vescovo con “premura pastorale” aveva proibito ai preti di partecipare ai comitati del CLN, ma tanti avevano disobbedito).
Mia nonna aveva accolto l’invito del podestà nell’estate del 1925 di interrompere i lavori agricoli (il terzo taglio del fieno) per vedere passare il treno reale che portava il sovrano ad ammirare la Cascata del Toce in Val Formazza. Poi, dopo vent’anni “felici”, tornarono gli Alpini dalla Russia e venne l’8 settembre 1943: la fuga del re a Brindisi e il “terzo tradimento” della monarchia all’Italia (il primo fu nel 1922 la consegna dello stato liberale al Fascismo, il secondo la firma reale alle leggi razziali).
Poi mia nonna dovette dare risposta a un figlio che, ventenne nella primavera 1944, gli chiedeva cosa dovesse fare rispetto al bando di arruolamento nella Repubblica di Salò. Immagino che le donne del mio paese si siano parlate e abbiano deciso di mandare i figli in montagna invece che in Germania. Senza avere diritti, avevano deciso.
Nei terribili venti mesi della Resistenza, le donne diventarono protagoniste della storia d’Italia: immagino mia nonna anche solo con il silenzio o un sacco di riso portato ad un figlio in montagna. Altre con differente impegno intellettuale e militante. Ma tutte resistenti.
Allora, le donne delle mie montagne avevano due “vestiti buoni”: quello bianco di nozze (usato una volta nella vita) e l’altro “buono” per le feste comandate. I costumi folkloristici erano per roba di pochi e riscoperta moderna. Non so se le donne di Macugnaga andarono a votare per la monarchia con il costume tradizionale con il corpetto intessuto d’oro, so che le donne di molti villaggi ossolani indossarono il “vestito buono” per andare a votare per la Repubblica.
Immagino l’orgoglio delle mie due nonne (tutte due erano contadine: una era nata nel “zero” e aveva avuto otto figli, l’altra aveva tre figlie e un marito morto durante la guerra) quando uscirono di casa quel giorno e, nel segreto dell’urna, decisero cosa votare. Per la prima volta nella storia d’Italia.