Val Luzzone, un alpe che non c’è…
Esattamente 75 anni fa, nel febbraio 1951, in Val Luzzone si abbatté una valanga di proporzioni gigantesche, distruggendo il prealpe di Garzotto (1620 m.s.m) e, alcune centinaia di metri più in basso, anche il monte Al Sasso.
I muri di pietra delle secolari stalle, ricoveri per il bestiame e per gli alpigiani, non resistettero a tanta violenza e i tetti volarono via al passaggio di quella immensa forza della natura che percorse il territorio in pochi istanti, trascinando tutto con sé fin sul fondo della valle! L'enorme massa bianca si staccò dal Pizzo Torno, a quota 2500 msm, colpendo non soltanto gli antichi alpeggi e gli estesi pascoli tutt’intorno, luoghi vitali per i contadini aquilesi, ma anche l’animo di quelle persone che lì perpetuavano le loro antiche abitudini e custodivano preziose memorie di famiglia. In tutto una ventina di cascine, che da secoli disegnavano il paesaggio, andarono distrutte in un battere di ciglia. Sull’architrave di una di queste, forse neppure la più vecchia, c’era inciso l’anno 1635.
Qualcuno da Campo Blenio, ci ha riferito Franco Vanzetti (purtroppo scomparso a fine gennaio scorso), storico casaro della Greina, aveva intravisto un giorno di fine febbraio un’enorme, insolita nuvola bianca sollevarsi dal fondo della Val Luzzone. Fenomeno percepito come un sinistro avvertimento di quanto stava succedendo lassù: la temuta slavina fredda, la più rapida e distruttrice!
Velocemente la notizia raggiunse il paese di Aquila da dove, pochi giorni dopo, era il 7 marzo, alcuni giovanotti si spinsero a gran fatica fin là in alto, dentro la Valle. Tra di loro Luigi Rigiani, oggi 92.enne che ancor ricorda, assieme a Giovanni Bontà e Giovanni Domenichetti. Doloroso e inequivocabile fu il loro resoconto al ritorno. “È un disastro! L’alpe Garzotto non c’è più e nemmeno il monte Al Sasso. I contadini non potranno più alpeggiare il loro bestiame. I pascoli hanno subito danni ingenti, così come il bosco, con decine di larici spezzati e sradicati. La desolazione, lassù, è enorme!”
L’anno seguente al disastro, il monte Al Sasso fu parzialmente ricostruito dalle famiglie aquilesi, tra cui ricordiamo i Degiorgi, i Rigiani, i Domenichetti e i Brunetti. Ma quello, lo sappiamo, non sarebbe stato il suo destino perché, dieci anni più tardi, sarebbe di nuovo sparito in vista del grande bacino idroelettrico. A Garzotto invece, rimasto fuori dall’invaso, il Patriziato di Aquila realizzò in un luogo sicuro il nuovo caseificio comunitario, con annessi l’abitazione degli alpigiani e la stalla per il bestiame. Edifici che si affacciano tuttora sul lago del Luzzone, attorniati da verdi prati che ogni estate rivivono la magia dell’alpe con la bellezza e la tranquillità delle mucche al pascolo.