La famiglia Chiarinotti all’alpe Lavazzero
Centocinquant’anni di storia
In fondo alla valle non era ancora giorno, ma il pizzo San Martino era già tinto di rosa. Un filo di fumo usciva dalla casera dei pastori. Scaturiva dalle braci ravvivate sotto il pentolino del caffè, rialzato di quel tanto da liberare il fuoco di pochi rami di drose. Uno di loro richiamava forte le capre, e l’eco rimbalzava di loccia in loccia fino a quando gli animali tornavano a balzi per farsi mungere.
I pastori allora aizzavano i cani per disciplinare il gregge. Lontane si sentivano cantare le cince, i fringuelli montani, il pigolio remoto delle allodole alte nel cielo e il fischio di un gheppio che si librava al sole nascente oscillando la sua ombra sul pascolo. Una frana dal pizzo San Martino si esauriva polverosa schiantandosi sui sottostanti macereti. Le vacche, già munte, uscivano dalle stalle con Vetta in testa alla mandria, brucavano l’erba mutellina, il timo, il trifoglio e le margherite, tralasciando i lavazz (romice lapazio) e la genziana.
Natalino e suo fratello Peppino, intanto, pulivano le stalle deviando nelle lettiere l’acqua che nasceva a fiotti tra le casere, prima di coagulare il latte, spremere nel cascino la cagliata e allineare le forme sulle assi di un cantinetto. Piegati sulla terra, da stelle a stelle, passava presto la giornata e nelle tiepide sere di luglio quando il crepuscolo accendeva il fulgore degli astri, guardavano gli aerei di linea che avanzavano nella volta scura di quella porzione di cielo, spuntando, ancora silenziosi, all’orizzonte di montagne con le loro luci intermittenti. Inclinando la testa all’indietro i pastori li seguivano accompagnandone la rotta e solo quando erano sulla verticale dell’alpe ne percepivano il cupo ronzio. Continuava il rimbombo anche dopo ch’erano scomparsi dietro i fianchi possenti del Cimone Grande. Distanti cinquanta chilometri, le luci della città di Intra baluginavano in uno spicchio vuoto della tortuosa Val Bianca. Ora che in quel cielo buio c’era di nuovo silenzio, solo sentivano il guaito dei cani e i campani delle bestie nelle stalle. Allora da est con una lenta rotazione spuntava la luna ma loro si erano già rintanati ad aspettare il mattino.
Somiglia alla tua vita / la vita del pastore, /sorge sul primo albore / move la greggia oltre pel campo, e vede / greggi, fontane ed erbe; / poi stanco si riposa in su la sera poetava Giacomo Leopardi nel “Canto notturno di un pastore errante”.
Anni dopo incontro Natalino seduto davanti alla sua stalla di Barzona. Suo fratello Peppino non c’è più dal 2016. “Vieni ti faccio vedere le mucche” dice alzandosi con la remissività dei suoi 86 anni. Indica una vacca bruna: “quella è Vetta. È stata l’ultima, tra quelle che vedi, a salire all’alpe, dieci anni fa”. Lavazzero è un alpe che, nonostante compaia in un documento del novembre 1419 riguardante diritti di erbatico tra proprietari di Calasca e Vanzone, non è mai uscito dai confini della Val Bianca, pochi ne conoscono la dislocazione; contrabbandieri, cacciatori e qualche raro viandante. Lontano anche dai classici itinerari escursionistici, le cime che lo circondano riportano, sulle pareti a nord, a remote salite di Gigi Vitali, Aldo Bonaccossa, Fedora Moresco e altri alpinisti dell’epoca. Dall’alto appare, con i suoi tetti in lamiera, chiuso dentro un imbuto soggiogato da pareti di pietra come murate di navi alla fonda. Non una festa, un prete o una messa, tranne qualche volta don Severino Cantonetti, parroco a Castiglione, che arrivava inaspettato vestito da alpinista, con le ostie nello zaino. Indossata la stola improvvisavano un altare sulla loccia della Mòta. Tra quegli spazi chiusi da grandi montagne fluivano le parole del sacerdote, trattenute nel cuore aperto dei pastori. Dentro c’erano i guaiti dei cani, i campani delle vacche, il destino e la memoria di chi era venuto prima di loro. I giovani, ispirati dalle parole del prete, si perdevano a seguire il volo delle rondini. Pareva di vederne il volo riflesso nelle loro iridi con uno sguardo così perduto e vasto da assorbire la montagna e il cielo. Don Severino era un prete che si sporcava le mani e non si intimoriva per quattro ore di cammino. La mulattiera iniziava a Ca d’Speranza e superata la cappella dul sasc, Barzona scompariva alla vista e il traguardo diventava l’alpe che con la mandria si raggiungeva in mezza giornata.
Un tempo, fino ai primi anni quaranta, erano aperte le miniere d’oro. Una trentina di gallerie bucavano la montagna. La più grande penetrava per cinquecento metri nel ribasso Agarè: sopra il livello Vallar è già stato scavato tutto. Data la mancanza di spazio la partenza della teleferica è abbastanza primitiva, su di essa incombe anche il pericolo delle valanghe scriveva nelle sue memorie l’ingegnere René Bruck. La bassa resa in oro (7g/t) sommata al difficoltoso accesso alle gallerie avevano scoraggiato il proseguimento dei lavori. La ricchezza della valle erano gli alpeggi, i pascoli e i pastori che da secoli presidiavano le locce dei Funtanìtt, della Mòta, la locia ad Pancia, ul Luciùn e ul Curt ad Lavazèr. Gente semplice, felice del proprio lavoro. Carlin Petrini, recentemente scomparso e fondatore di Slow Food, rivolgendosi ai pastori di tutte le terre, pur nella marginalità della loro condizione li poneva come “custodi di un sapere dimenticato” elevandoli ad arbitri del destino dell’umanità che: “quando sarà sull’orlo del precipizio, coloro che avevamo collocato tra gli ultimi saranno alla testa”. Nel 2019, ricordando Nuto Revelli, altro gigante della narrazione contadina, Carlin così si esprimeva: “ci stanno educando in un clima di cattiveria, di gramisia, direbbero nelle Langhe, che non è quello su cui si basa la civiltà contadina. Allora si deve capire che la nuova resistenza è questa: se noi viviamo di memorie che non sappiamo rendere al presente, facciamo un’operazione di nostalgia senza nessun costrutto”.
“Un anno”, racconta Natalino, “trovammo le carcasse in un canalone di Val Verta ammucchiate l’una sull’altra. Venticinque pecore sfracellate per sfuggire al lupo. Ma del lupo puoi incrociarne lo sguardo, in qualche modo controllarlo e limitarne i danni. La lòsna (il fulmine) invece è un’altra cosa. Il temporale lo senti avvicinarsi anticipato dal vento teso e dal brontolio, ne distingui l’intensità, puoi solo chiudere le porte delle casere e aspettare che si allontani pregando Santa Barbara. A volte è così violento che guasta il latte nella caldera. Nell’83 un fulmine ci aveva ucciso 180 pecore. Il giorno dopo le guardavamo bruciare in un burrone cosparse di benzina”. Il tuono spaventa gli animali che tendono a radunarsi rendendosi vulnerabili ai fulmini. Le cronache di questi ultimi anni rimandano a fatti simili capitati ad esempio all’alpe Cortechiuso di Malesco dove, nel luglio del 2013, sono state fulminate 66 pecore, o alle 300 bruciate sul monte Baldo nelle prealpi gardesane, alle 15 mucche di razza Hérens in un alpeggio di Étroubles in Valle d’Aosta citando solamente i più rappresentativi. “ Mah! ” , esclama Natalino battendo la mano sulle ginocchia. Guardando lontano nel cielo caliginoso di marzo racconta: “Con mio fratello Peppino del 1936 caricavamo trenta mucche, cinquecento pecore e settanta capre. Per sessant’anni. Fino agli anni ’70 ci aiutava anche nostro padre Cesare - Cèsar dul pastùr - lo chiamavano. Era un tipo allegro del 1904. Aveva la baita sotto un balm nei pressi degli imbocchi delle miniere dei Casitt, dove arrivava da Valbianca la teleferica. D’inverno quando tornava dalle bisbocce, lo sentivamo cantare già dallo svolto del Crupòt ”. Tanto era contagiosa la sua allegria che don Eliseo Mastino per il suo funerale a Calasca, nel gennaio 1977, lo benedisse con citazione di San Paolo – “Dio ama chi dona con gioia”.
La storia recente di questo alpe ebbe inizio centocinquanta anni fa quando un pastore transumante con uno sparuto gregge si insediò nei pascoli comunali dell’alta Val Bianca. Era Angelo Chiarinotti, il nonno di Natalino. Proveniva da Fontaneto d’Agogna che allora contava 3.400 abitanti di cui 450 emigrati; il 13% della popolazione. Prendevano il vapore per l’America, il Brasile, l’Argentina. I Platini, antesignani dell’omonimo calciatore, emigrarono in Francia. Il piroscafo Nord America imbarcava 1.600 emigranti. Stipati come topi nelle stive, finivano, dopo un mese di navigazione, nei fatiscenti slum dei quartieri degradati di New York, Boston, Baltimora o nelle pampas di Brasile, Argentina, Uruguay. “Carne come polenta” blateravano gli agenti delle compagnie navali per spingerli ad imbarcarsi speculando sui biglietti di navigazione. Per chi fuggiva dalla “malora” quel richiamo alimentare era irrefrenabile. Però, come si legge in un aforisma di Alda Merini, La libertà di un uomo si misura dall’intensità dei suoi sogni.
Evidentemente per Angelo, la “Merica” non corrispondeva ad essi. Anzi, contrariamente a molti giovani, sceglieva le Alpi e la Valle Anzasca impersonando la figura di un ribelle, di un uomo controcorrente. Mentre gran parte dei suoi compaesani e ben nove famiglie di suoi congiunti salpavano per la “Merica” lasciata la valle dell’Agogna risaliva l’Ossola verso una sconosciuta valle alpina, precursore di un’attività famigliare durata 150 anni. Alcuni di questa stirpe lasciarono traccia dell’emigrazione sostenuta, specialmente in Argentina dove don Andrea Chiarinotti, nato a Fontaneto nel 1871, fu ispettore in una circoscrizione religiosa di Salesiani che, dopo la sua morte avvenuta nel 1922 a Marina di Pavia, vollero omaggiarlo con una statua nel loro istituto. Angelo nel 1880 contava appena 27 anni, ma davanti a sé vedeva ben chiara la strada. A rifornirlo sui pascoli saliva da Calasca una ragazza con nella gerla la modesta spesa; verdura fresca degli orti e frutti maturi della campagna, insieme a qualche prodotto comprato a bun pat nei mercati della valle.
Don Luigi Rossi nel suo Valle Anzasca e Monte Rosa descrive la val Bianca solcata dal festoso torrente che, di fronte alla strada provinciale, precipita in tre cateratte con un salto di ottanta metri. Nei dintorni dell’alpe Lavazzero si trovano preziose erbe alpine come per esempio la Saliunca e il genepì; e sui dirupi l’Edelweiss. Angelo si muoveva con il suo gregge in questo ambiente ruvido aspettando Luigia. Di volta in volta, l’attesa diventava sempre più trepida e il cammino di Luigia sempre meno gravoso, il passo più leggero. Luigia Debernardi e Angelo Chiarinotti si unirono in matrimonio il 20 novembre 1882 davanti all’assessore anziano del comune di Calasca, Miretti Antonio. La famiglia di Maria proveniva da Cravagliana, nella valsesiana e vercellese val Mastallone, Angelo dalle colline novaresi. Erano foresti. Migranti si direbbe ora. Forse questa condizione avrà creato loro qualche fastidio specialmente nel mondo ristretto e bacchettone dei piccoli centri rurali di allora. La comune posizione sociale sarà stata il grimaldello che ha vinto le ritrosie e li ha fatti avvicinare? Trascorso un secolo e mezzo dalla loro entrata in scena bisogna riconoscere che il loro apporto alla comunità locale fu determinante con il lavoro prezioso e duraturo trasformando la pastorizia di una valle tributaria.
Dalla loro unione nacquero 12 figli. Giovani pastori per pascoli secolari. Tutti aiutavano, anche i bambini che con la mèula tagliavano i fili d’erba contro i muri e le rocce, dove la falce non arrivava. Tutti tranne Biagio, morto appena nato nel 1891, e Giovanni che aveva combattuto in Cirenaica e Tripolitania e partecipato alla guerra italo-turca. Mobilitato nel 1915 morì nel novembre di quell’anno per le ferite riportate in combattimento con il Battaglione Intra. Il fratello Santino non ebbe sorte migliore morendo giovane in una notte feroce del 1924 a Calasca.
L’alpeggio non bastava per tutti. Alcuni di questi giovani cercavano un lavoro che garantisse loro un salario a fine mese, che li tenesse al riparo dagli eventi meteorologici che spesso pregiudicavano l’attività pastorale. È così che troviamo Martino Chiarinotti, classe 1897, nell’elenco dei minatori attivi nei giacimenti della zona e Pietro in un necrologio del maggio 1964 che lo descriveva onesto e gran lavoratore consumato dalla silicosi. Tutti avevano a cuore gli animali e sgroppavano per sentieri e mulattiere come lepri, si arrampicavano a scalvare i roveri; impilavano i fasci a seccare contro i muri, come cibo invernale per le capre. Bisognava aspettare mesi prima di salire a Lavazzero, perché a duemila metri la neve resiste a lungo e sciogliendosi andava a gonfiare Lag Sfundò che alimentava le rigogliose polle della Locia di Funtanitt e il torrente Val Bianca. Liberati i sentieri dalle scorie invernali, l’estate portava agli alpeggi alti. Lavazzero è il più alto del comune nel territorio di Calasca. Questo non impediva di partecipare alla “feste d’agosto” con la Milizia Tradizionale. Angelo, che aveva da poco compiuto 72 anni, aveva lasciato il gregge in custodia al figlio Andrea (che in seguito avrebbe comprato l’alpe) soprannominato, “l’aquila di Locciabella”, per il suo carattere esuberante ed era sceso per questi festeggiamenti che, ancora oggi, richiamano molte persone e mantengono una radicata devozione. Dopo la festa lo aspettavano a casa, ma tardava a tornare. Lo trovarono riverso in un crusòt sulla mulattiera che da Pontegrande sale a Barzona. Era il 18 agosto del 1925.
Ho percorso recentemente quel tratto di strada che sale a stretti tornanti per cercare un segno del suo passaggio o della sua morte, com’era costume allora di lasciare una croce fissata alla roccia con il nome e le date. Non ho trovato nulla, solo il presunto crusòt ora corrotto dalla vegetazione infestante che si attacca alle rocce. L’avevano portato esanime a Val Bianca da Giuseppina, la figlia primogenita. Dietro quel pugno di case si gettava la fragorosa cascata di ottanta metri, prima di morire domata nell’Anza. Finiva così la storia di un uomo che fu pioniere di una pastorizia estrema e di cui, in questo racconto, ho cercato di ricostruire parte della sua vicenda umana. Tra i giornali locali solo “Il Popolo dell’Ossola” gli ha dedicato un pur misero epitaffio: Disgrazia. Lunedì scorso certo Chiarinotti mentre si trovava in montagna attendendo alle proprie mansioni di pastore, cadeva in un burrone e vi rimaneva cadavere. La misera fine dell'uomo ha destato non poca commiserazione.
La vita dell’alpe, grazie a lui che aveva tracciato il solco, è continuata ancora per 90 anni. Dodici figli vorranno dire qualcosa. Il nipote Natalino ha caricato per sessant’anni, insieme ai suoi fratelli Peppino con la moglie Caterina Negri, Sergio e il pronipote Claudio. Dopo una vita in salita Sergio è morto nel 1987 a 48 anni sull’asfalto della strada che nel 1974, a forza di braccia, aveva contribuito ad aprire da Calasca a Barzona. Si può ben capire il dolore della mamma Amelia e delle numerose sorelle. Quattro anni dopo si spegneva anche Caterina. Il marito Peppino è mancato ottuagenario nel 2016 e quello stesso anno, a malincuore, Natalino chiudeva la porta dell’alpe e messa in tasca la chiave s’incamminava verso Barzona senza mai guardarsi indietro. La sua scarna figura sintetizza generazioni di pastori; unico superstite di una antica stirpe di alpigiani. Consapevole di un mondo che finisce vuole credere a un riscatto per non interrompere il filo secolare che unisce questi pascoli antichi ai nuovi pastori.
Il figlio di sua sorella Marilena, Sandro, ricorda molto bene l’Alpe: “è iniziato tutto in famiglia grazie alle esperienze personali all’alpe Incino, Bobbio e La Piana, che negli anni hanno rafforzato la mia passione. Non avevo neanche un anno la prima volta che sono salito agli alpeggi medi e forse 3 o 4 a Lavazzero. Era normale mungere a 7 anni o recuperare le vacche insieme al cane alle 6 di mattina. Una responsabilità che sentivo, quasi scontata. La passione veterinaria, invece, è arrivata con l’avanzare dell’età”.
Sandro, metà anzaschino e metà valstronese, ha scelto, oltre a lavorare come veterinario, anche di gestire l’Alpe Quaggione in Val Strona, dove alleva oltre 20 vacche di razza piemontese: “a 17 anni, con i primi soldi guadagnati, ho acquistato le prime due. Ho dovuto fare delle scelte e mi sono orientato nelle zone di mio papà; ho sempre abitato a Casale Corte Cerro e in Anzasca venivo solo nei fine settimana o durante l’estate. Se non avessi continuato io, l’Alpe Quaggione avrebbe subito lo stesso destino di altri alpeggi: da pascolo sarebbe diventato bosco”.
Gli insegnamenti ricevuti si sono tradotti nel mungere le vacche e nei lavori di gestione e mantenimento del territorio. Sandro in tutto questo è aiutato dalla compagna Nadia, anche lei veterinaria, e dai figli: Elia e Tommaso; Elia, da quest’anno, è iscritto alla medesima facoltà dei genitori. L’esempio dello zio Natalino, però, ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale, avendo trasmesso un metodo di lavoro ben radicato nella tradizione e in un mondo rurale che si era conservato nei secoli, ma che oggi è quasi del tutto scomparso.