Andare alla Raf
Per inquadrare la questione è necessario fare un passo indietro a pochi giorni prima che l’Italia entrasse in guerra, nel giugno del 1940, quando la situazione era già complicata dopo anni di embargo e isolamento internazionale causati dalle mire imperiali del regime fascista. Il 6 maggio di quell’anno fu pubblicata la legge n. 577, comunemente chiamata “delle tessere”, “della carta annonaria” o “dell’ammasso”.
In essa si stabiliva che i generi di prima necessità venivano razionati e che, nel caso specifico, allevatori o agricoltori avrebbero dovuto conferire agli ammassi statali la loro produzione. Per i trasgressori erano previste pene severe che andavano dal sequestro delle merci alla confisca dei proventi, alle multe salate, fino ad arrivare, con l’ordinanza Kesserling del 22 settembre 1943, addirittura alla pena di morte.
Nel contempo, ai cittadini veniva fornita una tessera annonaria in cui si stabiliva, in base ad alcuni parametri (età, sesso, tipo di lavoro, ecc.), quali fossero le razioni giornaliere su cui potevano fare affidamento per i generi alimentari di prima necessità, come zucchero, pasta, riso, farine e burro. In questa prima fase il pane non era razionato, ma lo sarebbe diventato nel 1941, quando la dose personale era di 200 grammi a testa al giorno, ridotta poi a 150 grammi dal 15 marzo 1942.

La situazione peggiorò drasticamente nell’estate del 1943, soprattutto dopo il caos seguito all’8 settembre, quando la fame iniziò veramente a mordere, fino a diventare la fame nera, “la fam negra” tristemente famosa fra i nostri nonni.
La razione di pane arrivò a essere di 100 grammi, ma la panificazione era fatta con una miscela contenente anche farina di segale e di riso e qualcuno era convinto che ci fosse dentro qualcosa d’altro. Anna Maria Crosa Lenz ricorda che il pane della tessera era così duro che “mi sembrava che c’era dentro la farina del marmo…se lo mettevi nel caffelatte andava a male il latte chissà che roba gh’era dent”.

Per le gestanti il pane poteva arrivare a 300 grammi, 250 grammi per i lavoratori semplici, 350 per quelli pesanti e fino a 450 per gli addetti ai lavori definiti pesantissimi. Erano previste quote mensili per pasta, riso, farina, olio, carne o zucchero, ad esempio di 100 grammi per i bambini sotto i 14 anni, ma praticamente si arrivava a meno della metà del fabbisogno calorico giornaliero. Le donne a cui competeva l’ingrato compito di rifornire le dispense erano costrette ad affrontare estenuanti code davanti alle serrande delle botteghe che, appena aperte, si svuotavano subito del poco che avevano e così, per la maggior parte di loro, toccava iniziare tutto da capo davanti a un altro negozio, anch’esso preso d’assalto. Spesso si tornava a casa con nulla di fatto, ma se questo accadeva nelle grandi città, nelle vallate era ancora peggio.
A casa, però, la famiglia doveva nutrirsi per sopravvivere e quindi si iniziò ad arrangiarsi come si poteva. I più fortunati riuscivano a contare su qualche animale, come capre, pecore, mucche o maiali “ma era la fame che ci spingeva ad andare alla “Raf”, anche se avevamo la fortuna di possedere qualche mucca, il maiale e delle pecore. Ma il maiale non ingrassava: faceva la fame anche lui.” Altri, più sfortunati, dissodavano, o “roncavano”, terreni marginali non più usati da tempo per piantare un po’ di patate, segale o granoturco, oppure sfruttavano castagne e noci, naturalmente su terreni di loro proprietà, anche se si diffusero i piccoli furti.
Per il resto ci si improvvisava alla bell’e meglio, usando quello che si trovava. Per il caffè si suppliva con surrogati o tostando orzo, segale e cicoria. Il sale era introvabile, quindi si riciclava quello della salamoia delle acciughe o quello non purificato usato per le strade.
In questo contesto crebbe il mercato nero, ma certi alimenti in montagna non si trovavano e quindi bisognava andarli a prendere dove c’erano, scendendo in pianura, preferibilmente in quella novarese e in quella vercellese, ma non disdegnando anche quella lombarda e, a volte, spingendosi pure in quella veneta.
Gente che non aveva mai viaggiato o che poche volte si era spostata dal paese iniziò a muoversi: a piedi, in bicicletta, su corriere mosse a gasogeno, cioè alimentate a carbone ma quasi sempre a legna, che perdevano il 30 o il 40% della loro potenza, e sulle salite ripide tutti dovevano scendere e, a volte, spingere; oppure su treni limitati e sovraffollati, dei quali non si sapeva mai quando partivano, quando arrivavano e soprattutto se arrivavano.
Iniziò così quella che Erminio Ferrari, nel suo libro sul contrabbando, definì “la malcelata processione di donne”. Il ritorno era più critico dell’andata: la merce, spesso contenuta in sacchi pesanti, bisognava nasconderla, saltare i posti di blocco, percorrere strade polverose, a volte invase dal fango, e sentieri nascosti e lontani da tutti. In pratica, una vita da contrabbandieri, ma spostata in pianura, in un ambiente sconosciuto, lontano dalle montagne amiche e di tutti i giorni, dove nascondersi e camminare senza essere visti, al confronto, era un gioco da ragazzi.
In modo canzonatorio, ironico e di sicuro scaramantico, questo tipo di sopravvivenza popolare entrò nel gergo pubblico con l’espressione “andare alla Raf”, espressione di cui non si sa esattamente quando sia nata e che ha un duplice significato, per il quale, per ora, nessuno, neppure gli attori del tempo, ha saputo dare un’unica spiegazione.
Il primo fa riferimento all’acronimo dell’aviazione britannica Royal Air Force. Gli italiani dovettero presto rendersi conto che le incursioni rapide e improvvise degli aerei di Sua Maestà erano un vero e proprio castigo divino. Già nei primi giorni di guerra, in un conflitto iniziato quasi in sordina con solo qualche scaramuccia sui monti di confine con la Francia, i bombardamenti su Torino fecero capire che si faceva sul serio e che gli aeroplani erano macchine micidiali in grado di arrivare, colpire e sparire con la stessa velocità del fulmine. Allo stesso modo, andare nella bassa doveva essere una spedizione di caccia al cibo il più possibile veloce e rapida, che sfuggiva ai controlli proprio come i bombardieri braccati dalla contraerea, che però tornavano indenni alla base.
L’altro, invece, è un’assonanza con il verbo arraffare, cioè prendere qualcosa in fretta, afferrare con forza, rapidità e destrezza, appropriarsi di cose in modo avido e indiscriminato; famosa è la locuzione “arraffa-arraffa” per indicare una corsa generale a prendere tutto. Da qui la contrazione dialettale “rafà” e quindi “raf”, che comunque rimase sempre qualcosa di meno violento del significato in lingua italiana; infatti l’azione doveva essere sì veloce e spregiudicata, ma concordata e pagata, quindi non rubata o sottratta, con i contadini che, a loro volta, infrangevano le regole sottraendo la merce agli ammassi pubblici: un’illegalità diffusa e condivisa per sopravvivere.
Questa espressione entrò di buon diritto nel gergo locale del Novarese e del Vercellese; racconti di testimoni del tempo confermano che anche nel Biellese questo modo di dire era diffuso ed è però interessante, per capire questa locuzione, citare quanto ci lasciò il maestro di Sambughetto, al secolo Giacomo Edoardo Cerutti (1887-1976). Egli, durante la sua lunga vita, tenne un diario su quaderni scritti a mano in bella calligrafia, come solo i maestri del tempo sapevano fare, degli avvenimenti della sua famiglia e non solo e, in uno di questi, che ricorda il periodo bellico, raccontò il dramma e la sofferenza della popolazione per la mancanza di cibo, nel diario dal titolo “Il libro delle lagrime, ovvero la Cacciana”.
La Cacciana è una frazione di Fontaneto d’Agogna, in provincia di Novara, dove ci sono numerose aziende che coltivano il riso; è nota per il suo antifascismo. Il 19 settembre 1944 una pattuglia partigiana attaccò un presidio fascista, catturando quattro militi e ferendone uno. Il giorno seguente, per vendetta, reparti repubblichini e nazisti raggiunsero il paese e, dopo il rifiuto di un sacerdote di voler fare da tramite con i partigiani, le forze nazi-fasciste dettero alle fiamme e distrussero l’intero paese.
Questo paese diventò quindi il punto di riferimento per montanari e operai della Val Strona per procurarsi riso, granoturco (meliga), patate e fagioli, e coloro che li trasportavano divennero i “caccianisti” oppure “quelli del sacchetto” per via dei sacchi di farina o cereali che trasportavano in spalla o legati alle biciclette.
Così alcune testimonianze dal diario del maestro: “Alle quattro del mattino il Nicola è partito coll'Oreste alla "cacciana". Appena inforcata la bicicletta, acqua a catinelle. Sono arrivati ad Omegna bagnati come foglie. Ma alla Bassa han trovato il sole bello e caldo. Son tornati a mezzanotte neppure tanto stanchi”.
“Il Nicola è partito col Lorenzo del Pompilio per Santhià, per riso e fagioli questa volta... Il Nicola è felicemente tornato... col bel tempo e con 10 chili di riso e 40 di meliga”.
Ma le cose non andavano sempre bene: “Cacciana, assieme al signor Rainoldi per Morghengo. Ma al posto di blocco di Omegna ci fa tornare indietro un lurido milite... Siamo passati da Cesara... Fatto il carico, siamo tornati indisturbati”.
Maria Zamponi di Loreglia, ricordò come spesso non si avessero i soldi e allora si ricorresse all’antico metodo del baratto: “Eh sì, dalla val Strona andavamo alla Cacciana, sono andata anch'io alla Cacciana. Andavamo giù a fare raccolta e venivamo su e la vendevamo. Alla Cacciana trovavamo il riso e la farina, più che altro. Più che pagare mi sembra che si scambiava”.
Pratica confermata anche da Maria Pirovano: “Dai contadini sono andata una volta. Si va a Borgomanero e poi lì a piedi. Così ho fatto un costumino per un bambino, una mia amica era già andata e sapeva della famiglia. Beh, par péna ad fasói... Sono andata in treno fino a Borgomanero e poi a piedi... Così ho portato questo costumino per avere un po' di farina... qualcosa. Ci arrangiavamo...».
In questi veri e propri viaggi della speranza, le difficoltà, i rischi e i problemi incontrati erano simili per tutti e certamente i sequestri, i posti di blocco e le minacce armate erano in cima alla lista. Polizia annonaria, milizie fasciste o truppe tedesche non andavano troppo per il sottile. Anita Schranz ricorda il sequestro subito alla stazione di Piedimulera: “All’uscita della stazione ci hanno fermate e requisito il sacco. Eravamo disperate: "Veniamo da lontano, lasciateci andare!". Abbiamo pianto tutte e due. I giorni del viaggio e tutti i soldi persi... Non c’è stato niente da fare... Ma quando penso al sacco di riso che mi hanno rubato mi viene ancora da piangere”.
Santina Mengozzi fu fermata prima di Novara: ”M’hanno portato via tutto, anche la bicicletta, ho dovuto prendere il treno, cattivi erano”. Le minacce riguardavano anche il fatto di portare da mangiare ai banditi, come erano chiamati i partigiani; c’era anche chi, in caso di sequestro, arrivava a rovesciare per terra il carico, calpestarlo e distruggerlo piuttosto che consegnarlo: ”Non lo portiamo a casa noi, ma neanche voi".
Naturalmente, capitava che, passati i posti di blocco fascisti, si incrociassero quelli dei partigiani e, a volte, quando anche loro erano a corto di viveri, si dovesse pagare pegno, lasciando un po’ di quanto si aveva; in pratica, il viaggio poteva dirsi concluso solo quando si varcava l’uscio di casa.
Le trasferte duravano spesso più giorni e ci si adattava a dormire nelle stalle sul fieno, “da una parte noi dall’altra le mucche”, spesso per terra e sempre in ripari di fortuna.
Come accennato, a causa della riduzione dei servizi passeggeri, i pochi treni in circolazione erano presi d’assalto e i viaggiatori si stipavano nelle carrozze merci, nei vagoni bestiame “ho viaggiato con le mucche”, arrivando a occupare persino i tetti, i predellini esterni e i respingenti. I corridoi e gli scompartimenti, poi, erano intasati da ogni genere di merce e anche stare in piedi diventava un’impresa. Scene di panico, ressa e calca alle stazioni erano all’ordine del giorno, dove si intensificavano anche i controlli.
Bruno Francia, partigiano garibaldino di Cimamulera, raccontò di un episodio di cui fu testimone oculare alla stazione di Momo durante una fermata della linea Domodossola-Novara e che ben sintetizzava la solidarietà che nasceva spontanea e disinteressata contro la repressione.
Una donna con due bambini, terrorizzati da tutta quella ressa, non riuscì a salire sul treno e, piangendo, implorava la polizia di non sequestrarle quelle poche patate che aveva acquistato. La locomotiva emise un fischio e lentamente si mosse; il giovane partigiano "Barimba" (Dionigi Tonietti) saltò sul predellino del treno in partenza, afferrò al volo il sacco e uno dei ragazzini e li fece sparire tra la folla a bordo; altre dieci, quindici mani aiutarono la donna e l’altro fanciullo a saltare sul vagone, mentre si formò uno scudo umano a impedire la salita del poliziotto.
Ma il popolo della “Raf” era anche osteggiato dagli altri viaggiatori e soprattutto dai pendolari, che protestavano per la presenza di passeggeri carichi di troppe provviste e sacchi. Fioccavano in quel periodo le lettere di protesta ai giornali locali, anche se alcune parevano scritte direttamente dalla propaganda del tempo. In una di esse si definisce "inconcepibile che questa gentaglia traffichi indisturbata" e si chiede l’istituzione di squadre di operai affiancate alle guardie per arrestare i borsaneristi e sgomberare i convogli. Sulla Gazzetta di Frontiera il tono è lo stesso e si reclama che borse, sacche, di qualunque numero, dimensione e peso, costringevano chi viaggiava per vere necessità di lavoro a compiere "giuochi di acrobatismo o di equilibrio per tenersi in piedi". Per questo motivo si invocava un’ordinanza che limitasse tassativamente il bagaglio a un solo collo di pochi chilogrammi.
Sulla navigazione sul Lago Maggiore non andava meglio: l’eccesso di merci e l’ansia di imbarcarsi provocavano continue liti tra la folla. I viaggiatori carichi di vettovaglie finivano per spingere "valige e pacchi nelle costole e negli stinchi dei compagni di viaggio", scatenando alterchi, insulti ("guardi come parla", "mascalzone farabutto") e persino ceffoni tra la gente schiacciata nella ressa.
Le autorità cercarono di correre ai ripari, limitando ad esempio il numero e il peso dei colli e incrementando i controlli nelle stazioni, ma, data la difficoltà del momento, ciò rimase per lo più lettera morta, a eccezione di quanto accadeva all’arrivo dei controllori, quando la maggior parte della gente abbandonava la merce al proprio destino.
Per chiudere questa breve relazione è necessario fare un breve accenno al contrabbando di quel periodo, anche se la vastità dell’argomento richiederebbe una trattazione a parte. Specialmente dopo l’8 settembre del ’43, andare alla Raf non riguardava solo persone affamate, ma interessava anche quello che venne definito come il “contrabbando al contrario”. Fino ad allora era generalmente un movimento dalla Svizzera verso l’Italia, ma allora accadde che i generi alimentari scarseggiavano anche in Svizzera e quindi riso, pasta, olio, vino, frumento e altri prodotti, come calzature, stoffe ecc., presero la via verso il paese elvetico. Gli svizzeri non avevano problemi nel pagare profumatamente la merce, anche perché il franco svizzero era stabile e la lira in caduta libera. Prima della guerra un franco era scambiato per 27 lire, arrivando a 240-250 lire fra il 1943 e il 1945, ma al mercato nero in Ossola poteva toccare anche 400 lire.
Vendendo ad esempio 10 kg di riso in territorio elvetico per 20–25 franchi, una volta rientrati in Italia e convertiti i franchi al cambio nero (20 franchi × 240 lire = 4.800 lire), i contrabbandieri potevano acquistare il doppio delle derrate alimentari o ricavare guadagni netti indispensabili per la sussistenza delle famiglie e delle formazioni partigiane.
Ciò portò a un notevole incremento del flusso dalla pianura alle montagne dell’Ossola, flusso che sarebbe tramontato fra il 1946 e il 1948 con la fine dell’economia di guerra e del razionamento; il contrabbando tornò a essere quello di sempre, ma inaugurò il periodo che sarà poi definito “quello delle sigarette e del caffè”.
In conclusione “andare alla Raf” non è soltanto un’espressione del gergo locale, ma è la memoria di un tempo, fortunatamente passato, quando procurarsi del riso, farina, patate o altro spesso si trasformava in un viaggio lungo e pericoloso. Una storia di piccoli gesti, fatta di donne e uomini che ogni giorno dovevano trovare qualcosa per sfamare le proprie famiglie che abbiamo l’obbligo e il dovere di ricordare.
Intervento di Giulio Frangioni al Convegno “Mangiare durante la resistenza, cibo e solidarietà tra partigiani donne e uomini di montagna" – Vagna (VB) 17 ottobre 2026
Bibliografia
Andrea Bazzocco – Fughe, traffici, intrighi: alla frontiera italo-elvetica dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 – Rivista Storica Svizzera 2002
Lino Cerrutti – I nostri barbari – Bollettino storico novarese n. 1/1995
Filippo Colombara – I giorni della raf – L’impegno 1 giugno 2009
Virginia Paravati – Aspettando la luna nuova – Alberti libraio Editore, Verbania 2007
Andrea Pozzetta – Passaggi di speranza – Tararà Edizioni, Verbania 2024
Teresio Valsesia – Tempi di guerra – Eco Risveglio, 7 e 14 marzo 2007